SUMMER OPEN SEA KAYAK EXPEDITION...

Fin dalla prima volta che ci siamo avventurati sul Mar Egeo, abbiamo fantasticato di pagaiare per un lungo periodo tra le sue innumerevoli isole... senza avere l'assillo di dover finire nel tempo a disposizione quello che ci eravamo prefissati.
Ora questa aspettativa si è concretizzata: il viaggio inizia a fine giugno con un biglietto di sola andata...
Quando avremo finito le Isole Cicladi... torneremo a casa...
Tatiana e Mauro
Please use the translator on the left.
We're paddling most of the day and we don't have enough time to translate every single post...
We're confident you will understand our position!


sabato 24 settembre 2016

Check-in/OK messaggio dal Tatiyak SPOT Localizzatore SPOT Personal Tracker

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Latitudine:36.99884
Longitudine:25.13140
Posizione GPS Data/Ora:09/24/2016 17:44:26 CEST

Messaggio:Cicladi Kayak Tour 2016.
Stiamo bene e il viaggio prosegue come programmato...

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venerdì 23 settembre 2016

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Latitudine:37.03569
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Posizione GPS Data/Ora:09/23/2016 17:13:58 CEST

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giovedì 22 settembre 2016

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mercoledì 21 settembre 2016

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martedì 20 settembre 2016

Naxos, l'isola delle taverne

Venerdì 16 settembre 2016 - 85° giorno di viaggio
Ormos Stavros - Ormos Kalotaritisas, Donousa (11 km)
Vento N 20-25 nodi (F6) - Mare mosso - Temperatura 24°C
"Oggi ci imbarcheremo alle quattro del pomeriggio", proclama appena sveglio il Consigliere alla Navigazione.
Sono le dieci e mezza del mattino ma abbiamo dormito appena quattro ore: l'orario di pubblicazione dell'ultimo post potrebbe avere suggerito a qualcuno che abbiamo tirato l'alba. Siamo stati influenzati dalla prima costante dell'universo: anche a Donousa la connessione internet è infima ed intermittente e dalla nostra postazione privilegiata sulla terrazza della taverna affacciata sul mare tutto procede con una lentezza inaudita!
Della seconda costante non possiamo dire, perché il vento persistente ci impedisce di dare corso ad un nuovo lavaggio dei capelli, mentre la terza costante dell'universo si manifesta con una velocità velocissima e già dal primo boccone consumato sull'isola riesco a macchiare sia la maglia a maniche lunghe che i pantaloni neri lunghi, con un "battesimo" immediato dell'abbigliamento autunnale.
Serve una colossale colazione ipercalorica per vincere il sonno (e per aggiungere macchie alle macchie: miele e caffè su olio e sugo, belle nuances!). Serve anche una qualche attività terrestre prima di salire in kayak, così Mauro si dedica all'accanimento terapeutico sulla sacca stagna del GPS ed io a predisporre il secondo pacco di ricci e conchiglie da spedire a casa (abbiamo saputo che il primo è giunto a destinazione in appena dieci giorni!). Serve poi un secondo caffè frappè ed una seconda lunga sosta alla taverna sul porto per recuperare un po' di energie. Così le capacità divinatorie del Consigliere alla Navigazione si rivelano più che corrette: ancora un po' rintronati dalla carenza di sonno, ci imbarchiamo proprio alle quattro del pomeriggio. Dopo avere risposto alla "solita" nuova domanda di un signore francese che parla un fluente italiano e che passa sulla spiaggia proprio mentre stiamo salendo in kayak: "Ma voi non eravate a Koufonissi qualche giorno fa? E fate tutte le traversate tra le isole senza mai prendere il traghetto? E non è pericoloso?" Lo tranquillizziamo e andiamo.
Il Meltemi è là, appena fuori dal porto, che imbianca il mare tutto intorno all'isola.
Altro che tranquillizzare il francese!
Che poi uno pensa che, dopo quasi tre mesi trascorsi in mare, un giorno appena di pausa non faccia nessuna differenza. E invece no. Quando ti fermi, anche per un giorno soltanto, non è poi così semplice risalire in kayak. Ogni volta bisogna riprendere confidenza con la dimensione anfibia e servono sempre una decina di minuti per riadattarsi all'andatura ondulatoria del kayak. Qualcosa è cambiato e qualcos'altro è stato dimenticato: oggi sembra che la mia capacità di coordinazione motoria sia andata irrimediabilmente perduta, visto non appena vengo catapultata tra le onde mi sento una principiante imbranata.
Il vento avrebbe dovuto calare a partire dalle nove del mattino ma, in barba a tutte le previsioni meteo, ci accompagna per un buon tratto: per i primi cento metri ci fa illudere di essere un gentile venticello a favore, poi ci ricorda che quando soffia da giorni gonfia anche il mare quel poco (o quel tanto!) da formare onde che sommergono i ponti dei kayak, ed infine ci blocca per oltre un'ora sul versante orientale dell'isola. E noi sempre qui a prender tempo per riabituarci a questo strano, instabile e sempre variabile equilibrio liquido.
Capiamo però, ancora meglio dal mare che da terra, che Donousa, un po' come Amorgos, ha un suo fascino misterioso e particolare. Forse perché sono entrambe isole lontane, isole di fine corsa dei traghetti, isole fuori dalle rotte turistiche. Donousa è la più settentrionale delle Piccole Cicladi ma è molto distante dalle sue "sorelle": come Schinousa e Koufonissi, ha una piccola Chora affacciata sul mare, con una sola chiesa, una piccola posta, una guardia medica quasi nascosta ed un solo negozio di souvenir. Le altre case bianche del centro sono occupate da taverne, camere in affitto, un market, un fruttivendolo e l'agenzia della compagnia di navigazione che arriva sull'isola con un traghetto due volte al giorno (almeno fino a ieri, forse per via della festa patronale!). Sull'intera isola abbiamo poi notato un eliporto, una centrale elettrica dotata di tre grossi gruppi elettrogeni, altri due centri abitati, uno in montagna ed uno al mare, entrambi con sette case contate, tante belle spiagge di sabbia, ognuna con un piccolo campeggio libero organizzato, scogliere dorate sul versante meridionale e promontori pronunciati su quello settentrionale.
Donousa è anche l'isola dei gatti giocherelloni e dei falchi pescatori.
I primi si aggirano sulla spiaggia del porto e giocano con tutto e con tutti, tanto che montare e smontare la tenda è stato per noi più lento del solito (molto più lento del nostro solito lento!), perchè due o tre gatti giocavano a turno con i lembi del sotto-tenda, coi i tiranti e con ogni cosa che potesse essere afferrata con le zampine e rosicchiata con i dentini. Capiamo in serata, alla taverna di Kalotaritisas, il motivo di tanta vitalità: due ragazze del posto hanno dato vita ad un progetto di tutela della popolazione felina locale, al quale partecipano molti altri isolani e che ha dato risultati visibili. Le attività di "Cat Donousa" sono volte e sterilizzare, curare e sfamare i gatti dell'isola e nell'ultimo anno sono stati sterilizzati ben 84 esemplari, sono stati creati 5 nuovi luoghi di riparo e sono stati raccolti fondi per cibo a sufficienza per tutti. Il progetto si alimenta, oltre che dei contributi volontari di turisti e non, anche della vendita di borse in stoffa (volta a diminuire l'uso di buste di plastica, qui sulle Cicladi ancora largamente utilizzate, purtroppo!) e di curiosi gatti in cartapesta, grandi come birilli del bowling e colorati come tanti Arlecchino.
Ecco perché tutti i gatti di Donousa sono così felici!
Dei falchi che a decine incontriamo sotto le scogliere dell'isola, invece, ci chiediamo due cose: che verso fanno i falchi? possibile mai che "stridano" e basta? questi loro versi sono ben più ricercati e drammatici per essere definiti solo degli stridii. Eppoi, è proprio vero che i falchi pescatori pescano? Perché nel nostro periplo di Donousa, quelli che volteggiano in maniera così elegante e veloce sui nostri kayak, non la smettono mai di "verseggiare", ma non si tuffano neanche mai in mare per tirare su da mangiare. E allora terza domanda: che cosa mangiano i falchi, ammesso che siano davvero falchi pescatori?
E' con queste amenità in testa che alla fine, sempre pagaiando contro vento, entriamo nella bella ed ampia baia di Kalotaritisas e sbarchiamo sulla spiaggia centrale proprio mentre rientra anche un piccolo gozzo colorato di un vecchio pescatore che ci sorride e ci saluta mentre scende a terra con la cesta del pesce appena pescato.
Ci godiamo il sorgere della luna piena dalla terrazza di un'altra accogliente taverna.
Prima di ritirarci in tenda, decidiamo di riunire il Consiglio dei Consiglieri e come prima attività formale scegliamo di proclamare l'istituzione della "Libera Flottiglia Indipendente di Tatiyak in Esplorazione Itinerante". Nonostante il nostro compromesso stato psico-fisico, dovuto forse ai troppi raki ordinati e ingurgitati, non ci esimiamo dal controllare, per la prima volta dopo oltre 40 taverne visitate, controlliamo il conto che ci viene presentato a fine serata: ci accorgiamo che è stata conteggiata soltanto una delle due insalate ordinate e ci conquistiamo così, oltre al grande sorriso della giovane cameriera, anche l'imperitura riconoscenza del gestore. Tanto che la mattina dopo ritrovo ancora al suo posto il cellulare che avevo dimenticato in carica nella sala interna...

La costa meridionale di Donousa
Verso il capo sud-orientale di Donousa
La costa orientale di Donousa
Il campo a Kalotaritisas
Il piccolo isolotto che chiude la baia di Kalotaritisas
Il "faro invisibile" del capo nord di Donousa

Sabato 17 settembre 2016 - 86° giorno di viaggio
Ormos Kalotaritisas, Donousa - Ormos Azala, Naxos (30 Km di cui 21 di traversata)
Vento N 8-10 nodi (F3) in attenuazione - Mare da poco mosso a calmo - Temperatura 25°C 
Ormai non traversiamo più dal punto più vicino.
Forse perché abbiamo preso l'abitudine a traversare o forse perché non ci spaventa più pagaiare per oltre venti chilometri, quelli che solitamente programmiamo per le tappe giornaliere. Oppure perché spesso il Meltemi si intrufola nei nostri piani di navigazioni e li scombussola tutti: la costa settentrionale di Donousa ieri era impraticabile, oggi invece è navigabile.
La tappa a Kalotaritisas, oltre che per il bel nome e per la buona taverna, è stata indotta anche dalle condizioni meteo-marine. A riprova che le scogliere a nord dell'isola sono impervie e minacciose, Donousa vanta un faro sul capo che porta il bel nome della bella baia, Akrotiri Kalotaritisas, non certo un nano-faro come i tanti che abbiamo incontrato sulle altre isole, ma un faro in muratura vero e proprio, alto ben 147 metri sul livello del mare, e talmente alto che quasi non si distingue nella foto che scatto a Mauro.
Siccome il Meltemi non è andato del tutto a dormire ma soffia con gli 8-10 nodi delle giornate di bonaccia (!), l'ampia baia che si apre al centro del versante settentrionale è ancora interessata da una lavatrice impostata sul programma "lavaggi delicati", con un'onda incrociata che un po' ci spinge e un po' ci ostacola. Ci sono dappertutto dei picchi d'acqua simili a quelli che si formano nelle fontane artistiche, quelle che sempre più spesso abbelliscono i centri delle città europee e che talvolta si muovono a ritmo di musica o in sincrono con giochi di luce colorate. Oggi qui ci sono tante piccole guglie liquide che saltano su dal mare anche di mezzo metro. Pagaiarci in mezzo è divertente, anche se un po' bagnato.
Il capo nord-occidentale di Donousa è molto più basso del precedente e dilavato dall'acqua e dal vento, tanto che è completamente brullo e privo di vegetazione, ma con alcuni omini in pietra che sempre mi fanno sorridere (perché sono troppo sollevata all'idea di non essere l'unica pazza che va in giro per il Mediterraneo ad impilare pietre!).
Poco oltre si apre una piccolissima baia chiusa su stessa, Ormos Limni, che dalla mappa non riusciamo a capire se è un anfiteatro naturale oppure un bacino artificiale: scopriamo non senza sorpresa che si tratta di una piccola ansa perfettamente circolare che ospita un vecchio ricovero ormai crollato per uno o due gozzi ed uno spicchio quasi invisibile di sabbia fine.
Scendiamo per sgranocchiare la solita barretta, prima di affrontare la traversata di ritorno su Naxos.
Come sempre accade, in navigazione non parliamo quasi, ma pensiamo tanto.
Oggi ci troviamo a riflettere, ognuno per proprio conto (a riprova della "corrispondenza di amorosi sensi" che ci sta accalappiando durante questo lungo viaggio alle Cicladi) a quanto è strano il mare quando tira vento.
Andrebbe rivista la corrispondenza tra forza del vento e stato del mare, qui nell'Egeo come del resto un po' ovunque nel Mar Mediterraneo: l'altezza delle onde, infatti, non è quasi mai rapportata all'intensità del vento. Secondo l'esperienza maturata in quest'ultimo come nei precedenti viaggi nell'Egeo, le onde ci sembrano molto più simili a quelle ripide, ravvicinate e nervose del lago, anche se di uno o due stati inferiori alla scala di riferimento, anche quando navighiamo in mare aperto, dove le condizioni meteo-marine dovrebbero invece corrispondere ai dati delle tabelle.
Questo riflessione ne porta subito una seconda: quando il mare incontra la terra diventa un altro. E' impressionante constatare quanto la prossimità della costa modifichi la direzione, l'altezza e la conformazione delle onde. E anche quanto incida sulle correnti di superficie e di profondità, tanto da alterare completamente e continuamente la fisionomia del mare.
L'abbiamo vissuto l'altro ieri durante la traversata da Naxos a Donousa, quando ci siamo avvicinati all'isolotto intermedio di Makeres e lo abbiamo trovato avvolto dalla lavatrice-centrifuga. Lo riviviamo oggi che, nella traversata contraria da Donousa a Naxos, ripassiamo per lo stesso isolotto intermedio e, anche se oggi il mare è calmo, senza le onde e senza i frangenti che avevano movimentato la prima traversata, lo ritroviamo scombussolato da correnti di ogni tipo. Devono esserci dei fondali tormentati, o l'isola stessa deve essere molto tormentata, perché lungo tutti i due-tre chilometri del suo versante settentrionale, quello più esposto al Meltemi, il mare è tutto un susseguirsi di vortici e acqua che ribolle e polloni come di risorgive. E non deve essere allora un caso che quest'isolotto venga anche chiamato l'Isola del Diavolo, viste le condizioni infernali che lo interessano anche con calma di vento: il mare è piatto in tutto il resto dello stretto tra Donousa e Naxos, le due isole maggiori, mentre si increspa, si ingrossa e si incattivisce soltanto intorno a Makeres. E ci impedisce anche stavolta una tappa intermedia perché anche solo pensare di sbarcare in una delle sue due spiagge è troppo faticoso. E anche cercare di pagaiare in mare aperto, lontani dalle sue scogliere battute dal vento e dalle onde, risulta alquanto impegnativo, perché quel capo roccioso e nero sembra attirare i nostri due kayak come una calamita. E a nulla serve regolare diversamente la deriva o inclinare diversamente lo scafo o impugnare diversamente la pagaia (come ultima risorsa utile prima di finire sugli scogli!): le correnti ci spingono verso la costa e la correzione di trenta gradi bussola che pure oggi dobbiamo applicare in traversata diventa in prossimità dell'isola un continuo aggiustamento di rotta, come fossimo dei serpenti che strisciano tra le masse d'acqua in subbuglio... E pensare che il portolano nulla dice in proposito. D'altro canto, questi tre isolotti intermedi sorgono proprio in mezzo allo stretto ed interferiscono con la corrente principale: ovvio che la corrente stessa si risenta della loro presenza e manifesti così il suo disappunto per il disturbo procurato...  
Per fortuna che il Meltemi ad un certo punto decide di andare a dormire. Proprio nel momento in cui due delfini incrociano la nostra rotta e con le pinne caudali che sbucano per un attimo dalla superficie sollevano le ultime ondicelle degne di un certo rilievo.
La seconda parte della traversata è in un mare color mercurio.
E' tutto piatto e levigato, grigio come nelle migliori giornate autunnali, e non solo per la luce della giornata che sta volgendo al termine ma anche per il riverbero dell'ultimo sole sull'acqua immobile. Quel riflesso accecante cancella ogni cosa all'intorno e della costa non si vede niente. Ma poi tutto ricompare all'improvviso e noi siamo di fronte alla spiaggia scelta per chiudere la traversata e montare il nuovo campo per una notte.
E' una lunga spiaggia di ciottoli levigati e trasparenti, ai piedi del capo da cui avevamo traversato, Akrotiri Stavros, e alle spalle del paesino coi carrelli arrugginiti della vecchia cava di smeriglio che avevamo intravisto prima di traversare, Moutsouna. C'è qualche tamerice prima del muricciolo che delimita il pascolo delle pecore ed il giardino della casa di campagna che accende una flebile lucina sulla porta di ingresso proprio quando noi ci accingiamo a montare la tenda. Bonificare il quadrato di spiaggia che ci serve per dormire sonni morbidi e tranquilli stasera ci richiede più tempo del solito, perché poco distante c'è anche il letto di un torrente che ha trasportato a riva una notevole quantità di sassi piatti e tondi, tutti uguali e del diametro da un piattino di caffè ad un piatto di portata, di quelli bellissimi che userei per creare opere uniche e fantasmagoriche ma che l'Uomo di Ferro non mi lascia caricare in kayak perché, dice lui, sono troppo pesanti.
Dice lui. Dice.

La piccola Ormos Limni su Donousa: sosta prima della traversata su Naxos 
Di ritorno a Naxos, in una giornata di calma di vento
Il lauto pranzo alla taverna di Lionas 
Il campo ad Apollonas su Naxos
Pose plasiche
Le acque limpide sotto le case (ed il Kouros, là in alto) di Apollonas

Domenica 18 settembre 2016 - 87° giorno di viaggio
Ormos Azala - Ormos Apollonas, Naxos (14 km)
Vento assente (F0) - Mare calmo come l'olio - Temperatura 25°C
Nonostante la cura che abbiamo riposto nel dissodare il terreno, il materassino di Mauro dichiara forfait durante la notte. E' forse un buchino chissà dove, e la prima parte della mattinata è dedicata a questo nuovo accanimento terapeutico. Il Consigliere alla Manutenzione scopre subito che si tratta di un problema alla valvola, che non si può risolvere durante il viaggio perché va sostituita, e che è il momento di mettere in uso il materassino gonfiabile di riserva. Quello che per tutto questo tempo ha dormito sul fondo del gavone e che è servito solo come spessore per altra attrezzatura da spingere fino alla prua. Sorridiamo al ricordo della sorpresa di Manolis quando ad Anafi ci aveva chiesto come facevamo a raggiungere le cose stivate così in fondo al gavone, perché anche ad occhio nudo era chiaro che non potevamo arrivarci con le mani: gli avevamo confidato il segreto, una cimetta legata al materassino di riserva, per poterlo estrarre insieme al resto dell'attrezzatura. E lui, dimentico dello stratagemma e di ogni altra raffinatezza di stivaggio, ci aveva chiesto esterrefatto: "Ma perché, avete caricato anche un materassino di riserva?!?" Certo che si, ne abbiamo portato una di riserva a testa. E meno male, visto che a tre mesi dalla partenza, e a due mesi dal rientro, uno dei materassini è morto e non c'è modo di farlo resuscitare nonostante l'accanimento terapeutico.
Facciamo colazione e due chiacchierare all'ombra della tamerice.
Il Consigliere alla Navigazione oggi vaticina l'imbarco alla ore tredici. E così è.
Il mare è piatto come una tavola e ha i colori di una tavolozza.
Per tutta la mattina non si muove una foglia e non spira una bava di vento.
La costa nord-orientale di Naxos è rocciosa e un po' monotona, come quella che abbiamo già costeggiato nei giorni precedenti la traversata su Donousa. Si movimenta un poco solo nei pressi delle foci dei torrenti che incidono le profonde gole tra i monti brulli: le vallate che scendono irregolari verso il mare sono gli unici triangoli di terra in cui crescono piante di oleandri, eucaliptus e querce. Sulle cime, invece, si scorgono alcune chiesette, diverse dalle altre e per la prima volta realizzate in pietra locale, talmente piccole, con un'unica navata e l'abside retrostante, da mimetizzarsi perfettamente con l'ambiente circostante e da farci pensare che non sono state imbiancate a calce perché sono centri di culto cattolico e non ortodosso. Fa eccezione la bella cappella sul mare di Aghios Georgios, un santo molto venerato a giudicare dalla frequenza con cui gli sono state dedicati questi piccoli centri di culto: questa cappella è stato costruita sull'estremità di una piccola caletta di ciottoli bianchi, sopra una scogliera bassa ma particolare, ricca di stratificazione rocciose nere ed arancioni.
Anche oggi che è calma piatta, e che tutto è immobile, sui capi si creano sempre dei giochi di correnti che disegnano ricircoli d'acqua molto frequenti e che riusciamo a leggere con estrema chiarezza e facilità. Si aprono di tanto in tanto queste polle completamente piatte, circondate da acque appena increspate, disseminate qua e là in maniera apparentemente inspiegabile e che probabilmente seguono i profili della costa e dei fondali. Su tutti i capi è la stessa storia: correnti e ricircoli, acqua piatta e acqua increspata, in un'alternanza che si ripete sempre uguale ma sempre diversa e che non smette mai di sorprenderci e di incuriosirci. E' bello leggere il mare quando la sua trama è così intricata, è bello sapere che quegli intrecci significano tante altre cose, è bello capire dove indirizzare la prua del kayak per seguire al meglio i disegni liquidi del mare.
Ci distrae da queste interessanti letture la taverna aperta di Lionas, nascosta dietro la taverna chiusa, ma che noi scoviamo ugualmente perché siamo troppo curiosi e troppo affamati. Mangiamo calamari fritti, verdure miste cucinate secondo una ricetta locale che vorremmo tanto scoprire e copiare e triangoli di pasta sfoglia ripieni dell'ottimo formaggio dell'isola: in tutto, tre ore di sosta. Quando finalmente facciamo per andare, il vecchio gestore ci offre un bicchiere di raki, un secondo bicchiere di rakomelo (un tipo di raki aromatizzato al miele e alla cannella, che Mauro non tocca e che quindi io bevo in doppia razione, yuppy!), un dolcetto troppo dolce di un impasto incomprensibile e, per finire, un litro di vino rosè del posto.
Ripartiamo un po' brilli e pagaiamo soltanto un'altra oretta, discutendo delle nuove incipienti attività istituzionali del Consiglio dei Consiglieri: intanto, ci auto-nominiamo "Capitani di Lungo Corso", perché Consiglieri ci sembra ormai un po' troppo riduttivo, e poi ci dotiamo di cospicui fondi monetari per sostenere ognuna delle importanti funzioni a cui siamo chiamati nei nostri nuovi ruoli.
Ecco, giornate come questa mi piacciono tantissimo: pagaiamo poco, mangiamo (e beviamo!) molto e dormiamo tanto!

Gli inserti color crema della costa settentrionale di Naxos
Le scogliere mangiate dal mare a nord di Naxos 
Alcune delle numerose guglie rocciose della costa nord di Naxos
Le montagne cedono il posto alle colline e le gole alle vallate... 
Altre stratificazioni interessanti poco a nord della città di Naxos
Lo scoglio del gatto alle porte della città di Naxos

Lunedì 19 settembre 2016 - 88° giorno di viaggio
Ormos Apollonas - Ormos Aghios Georgios, Naxos (25 Km)
Vento SW 12-15 nodi (F4) - Mare da calmo a poco mosso - Temperatura 25°C
Abbiamo avuto il privilegio di montare il campo sul piccolo belvedere del giardino pubblico del lungo mare di Apollonas: uno degli innegabili vantaggi di navigare a fine stagione.
Abbiamo fatto tappa in questo piccolo e accogliente paesino di pescatori per visitare il suo famoso Kouros, letteralemte un abbozzo di statua. E' un'opera incompiuta del VI sec. A.C dedicata a Dioniso, anche se una delle guide turistiche dice ad Apollo, forse per l'assonanza col nome del borgo marinaro (chissà se chi scrive 'ste guide ha mai messo piede sulle isole di cui parla...); in giro per Naxos ce ne sono altri due, uno persino adagiato nel giardino della taverna di un paese dell'entroterra, ma quello di Apollonas è particolare perché è alto oltre dieci metri e giace ancora nel letto marmoreo in cui fu scavato; era probabilmente destinato a Delos, la vicina isola delle offerte agli dei, ma è stato forse scartato per la scadente qualità del marmo utilizzato. "Almeno è un sasso diverso dagli altri", borbotta Mauro mentre ci arrampichiamo in cima al paese e poi su per il sentiero che conduce al sito archeologico e che si addentra nella macchia. Anche l'Uomo di Ferro alla fine mostra di apprezzare la statua, imponente nonostante la posizione supina, addormentata in questa dismessa cava di marmo da quasi tre secoli, silenziosa come ogni cosa all'intorno.
Anche oggi, infatti, non tira un alito di vento, almeno nella prima parte della mattinata.
Scendere al paese è quindi faticoso quanto lo è stato salire al Kouros, perché basta muovere un passo per grondare di sudore, tale è la cappa di umidità che avvolge la baia.
Dobbiamo riprenderci: facciamo uno sosta fuori programma al bar sul porto, quello con i divanetti ricolmi di cuscini rosa ed azzurri e con yogurt e frutta fresca, crepes al cioccolato e gli immancabili caffè frappe nel menù scritto in bei caratteri corsivi sul cartellone esposto sul lungo mare.
Sulla via del ritorno verso i kayak, io noto una rete gialla accatastata sul muretto, pronta per essere rammendata da qualche pescatore del posto: tutt'intorno è un cimitero di piccoli esemplari di riccio longispinus. Non faccio a tempo a raccoglierne alcuni che Mauro mi affibbia un nuovo titolo e mi nomina "Capitano alla Perdita di Tempo". Ce ne sono ben 68 in terra, ancora intatti, tra le altre decine che sono state schiacciate da ruote d'auto o da piedi di umani poco accorti: finiscono tutti in un barattolino che conservavo da tempo nel gavone di poppa e che era rimasto troppo a lungo vuoto. Ecco.
Partiamo a mezzogiorno, come previsto dal "Capitano alla Programmazione e ai Trasporti" e quando doppiamo il capo nord di Naxos, sormontato da un nano-faro da dimenticare, incontriamo una corrente superficiale tale da farci filare a quattro nodi non solo oltre il promontorio, ma anche per un altro bel tratto lungo quasi tutto il versante settentrionale dell'isola.
Anche oggi notiamo gorghi e ricircoli su tutti i capi più pronunciati: se ribolle così in un giorno di calma piatta, quando è tutto calmo e caldo, tanto che Mauro non solo non indossa la giacca d'acqua ma continua anche a farsi un'abluzione dietro l'altra, non immaginiamo come possa diventare in una giornata di vento forte, in occasione di una delle sfuriate del Meltemi. Chissà quanto lontani avremmo dovuto pagaiare per evitare le lavatrici, chissà quanto al largo saremmo dovuti andare per aggirare le stranezze del mare, chissà quanto impegno avremmo dovuto metterci per superare i ribollimenti dell'acqua sul capo e lungo la costa.
Meno male che oggi è tutto fermo. C'è una foschia così spessa nasconde l'orizzonte e sembra quasi che qualcuno abbia nascosto le altre isole. Fino a ieri vedevamo ancora il profilo imponente di Amorgos, che seppur lontana ci è rimasta nel cuore, e scorgevamo intorno anche le Piccole Cicladi e alcune delle Isole del Dodecanneso. Oggi invece non si vede niente.
Fortuna che la costa di Naxos è interessante, diversa da quella che abbiamo appena lasciato.
Questa parte dell'isola vanta numerosi promontori che si proiettano in mare, diversi faraglioni su ogni capo, tante curiose formazioni rocciose con stratificazioni nere e marroni ed inserti color crema e ruggine. Ci sono anche tante piccole spiagge di ciottoli, molte irraggiungibili da terra, altre raggiunte da strade cementate che talvolta arrivano a dieci metri dal mare, e talvolta terminano a dieci metri SUL mare, come se qualcuno avesse sbagliato a prendere le misure (magari lo stesso progettista del porto insabbiato di Kalados!).
Questa parte dell'isola è più antropizzata e si intravedono spesso case vacanze, ville con piscine, chiese e monasteri, oltre ad un serie di terrazzamenti di ulivi e di campi coltivati, dove le gole si aprono in vallate larghe e basse.
Facciamo una sosta in una caletta ridossata, ai piedi di una di quelle strade in cemento che qui,come in altri punti, è miseramente franata in mare: c'è una cappella anche sul piccolo promontorio roccioso che ci protegge dal vento, che nel frattempo sta montando. Non troppo, però, dal persuaderci a lavarci i capelli. Volevamo renderci presentabili prima di entrare in città, ma ogni sforzo è inutile: la seconda costante dell'universo ci perseguita anche a Naxos ed i nostri capelli, per quanto lavati e pettinati di fresco, non accennano al minimo miglioramento e restano sempre elettrizzati ed ispidi.
Per giunta, si alza una leggera brezza contraria che solleva ondicelle malevole, alcune talmente alte da minacciare lo shampoo appena fatto.
L'ingresso a Naxos non è granché e dal mare la città non offre il suo profilo migliore: si scorge il Kastro al centro dell'abitato moderno, questo come pochi altri costruito vicino al mare, in barba agli attacchi dei pirati che avevano indotto gli abitanti delle altre isole a costruire le Chora sui monti dell'interno; l'isolino che chiude il porto accoglie i resti rimaneggiati dell'antico tempio di Apollo (stavolta è proprio lui, le guide concordano tutte sul nome e la mappa è chiara sul punto: Apollo Temple!) ma si vede lontano un miglio che è cemento finto-invecchiato e anche se gli scattiamo qualche foto non ci entusiasma affatto; il porto è poi protetto da una diga foranea costruita ad oltre duecento metri dalla banchina, in una maniera che non abbiamo mai visto da nessun'altra parte (devono essere proprio tutti originali, gli ingegneri di quest'isola!). Il lungo mare della città è soffocato da ristoranti e negozi, la spiaggia è gremita di stabilimenti balneari e c'è un gran via vai di traghetti e barche a vela.
Prima di demoralizzarci del tutto, proseguiamo verso la duna che intravediamo più a sud e, sebbene ci sia una laguna retro-dunale, bassi fondali sabbiosi e simboli di centri di wind-surf un po' ovunque sulla carta, alla fine scoviamo l'angolino che fa al caso nostro: una tamerice sulla spiaggia di sabbia chiara e fine, uno spazio sufficiente per i nostri due Voyager ed un piano soffice per la nostra tendina.
Ci attende un tramonto alla Paramount: rosso e giallo e coi raggi del sole che bucano le nuvole.

L'avvicinamento all'isolotto del Tempio di Apollo
Il Tempio di Apollo
La Chora ed il Kastro di Naxos
Rosso di sera...
La seconda volta del telo esterno della tendina
Una giornata a bighellonare per la città di Naxos

Martedì 20 settembre 2016 - 89° giorno di viaggio
Ormos Aghios Georgios - Ormos Aghios Georgios, Naxos (0 Km)
Vento SW 13-19 nodi (F 4-5) - Mare da mosso a poco mosso - Temperatura 25°C
Impariamo a nostre spese che "Rosso di sera" da questa parti non è seguito da un augurale "Bel tempo di spera" ma da un più minaccioso "Ti aspetta una bufera"!
Le nuvole basse che ieri sera lasciavano cadere una pioggia leggera sulle vicine isole di Paros e Mikonos, ricomparse finalmente all'orizzonte quando il vento ha prima spazzato il cielo dalla foschia della giornata e poi l'ha riempito di nuvoloni spessi e scuri, devono avere stazionato a lungo anche sullo stretto tra Paros e Naxos e durante la notte devono aver deciso di venire a rovesciarsi sulla nostra povera tendina.
Montiamo in fretta e furia il telo esterno, per la seconda volta dall'inizio del viaggio, dopo la tempesta perfetta che ci ha sorpreso a fine giugno sull'isola di Kea, nelle Cicladi Occidentali. Sembra una vita fa, un altro viaggio. Ripetiamo la stessa sequenza di allora: Mauro predispone il telo, io litigo coi tiranti, poi lui risolve ogni cosa e un dopo i primi goccioloni freddi ripariamo tutti e due al coperto. La tenda è una serra: fa un caldo allucinante e riprendere a dormire alle quattro del mattino è alquanto difficile. Ma non impossibile. E tiriamo le dieci del mattino, tanto in spiaggia non si presenta nessuno finché non si ripresenta il sole, ben oltre mezzogiorno.
Così abbiamo tutto il tempo per dedicarci alle riparazioni dei soliti pezzi dell'attrezzatura che continuano a disfarsi: il mio cappello, che si è sfilacciato in altri due punti, e la sacca stagna del GPS, che fa acqua in altri due punti. Si aggiunge stamattina anche il materassino gonfiabile di Mauro, quello di scorta, che si è sgonfiato proprio dopo il temporale notturno: stavolta si tratta di un buchino microscopico su uno dei tubolari centrali, provocato chissà come e da chissà che cosa. Mauro si mette all'opera, benché sia ancora a stomaco vuoto.
Quando finalmente raggiungiamo la pasticceria che già ieri sera avevamo intravisto in una delle piazzette centrali della città, ordiniamo la solita doppia porzione di dolci, preceduti stamattina, data l'ora tarda, anche da una doppia razione di torte salate, al formaggio e agli spinaci.
Così rianimati, possiamo metterci in cerca di una lavanderia (l'ultimo lavaggio risale a fine luglio, quando eravamo ancora a Milos, e anche se qualcuno tra i nostri amici di kayak insinua che non amiamo lavarci, in realtà vestiti e sacchi a pelo meritano un trattamento di riguardo...). Possiamo poi inoltrarci nei vicoletti della Chora di Naxos: saliamo al Kastro, sbirciamo nei suoi sottoportici, tra le sue scalinatelle e nei suoi giardini minuscoli. Io entro da sola in qualche negozio di prodotti artigianali locali ed in qualche galleria d'arte tra le tante che riempiono la città (insieme alla gioiellerie, mai viste così numerose!). Dopo ancora ci mettiamo alla ricerca della taverna adatta alle nostre esigenze: un tavolino all'aperto e all'ombra, una presa vicina per ricaricare il computer, un cameriere paziente che attenda l'aggiornamento del blog prima di prendere l'ordine.
Tornare ai kayak è facile, basta seguire il lungo mare e poi la passerella in legno che segue tutta la spiaggia a sud della città: possiamo chiedere dell'altro raki e possiamo continuare a discutere delle nuove attività nautico-fantasiose del Consiglio dei Consiglieri!

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Messaggio:Cicladi Kayak Tour 2016.
Stiamo bene e il viaggio prosegue come programmato...

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Se il link sopra non funziona , provate questo link:
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lunedì 19 settembre 2016

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